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Padova nel Risorgimento PDF Stampa E-mail
Giovedì 10 Marzo 2011 12:54

Padova nel Risorgimento

dal 1842 al 1865

14 dicembre 1842. Inaugurato il primo tratto della ferrovia

È aperto al traffico il primo tronco della linea ferroviaria Venezia-Milano. Lungo circa 32 km, parte dal ponte del canale Anconeta presso il forte Marghera, per terminare a Padova poco fuori Porta Codalunga; è prolungato un anno dopo fino a San Giuliano. Stazioni provvisorie sono costruite a Marghera e a Venezia, in fondamenta delle Penitenti. Degli omnibus collegano le stazioni al centro città e barche omnibus di una società privata collegano Marghera a Cannaregio. Vetturali, gondolieri e barcaioli, rovinati dai nuovi omnibus, con i ferrovieri, saranno tra i protagonisti della rivoluzione del 1848.

7 febbraio 1848Gli studenti di Padova manifestano per l’Indipendenza

A Padova, nel pomeriggio si svolgono i funerali di uno studente morto per cause naturali. Le esequie diventano il pretesto per un’imponente manifestazione a favore dell’Indipendenza  a cui pare partecipino oltre 5.000 persone. Fin da novembre, andava montando una spirale di tensione, di atti di ostilità verso l’Austria e d’incidenti di cui erano protagonisti gli studenti. La sera, al caffè Pedrocchi, s’incontrano studenti e popolani guidati dal mugnaio Giovanni Zoia. Sorto nel 1831, il più celebre e lussuoso caffè italiano della Restaurazione, era diventato il punto d’incontro di molti patrioti.

8 febbraio 1848.  Scontri a Padova tra studenti e soldati austriaci.

A Padova, una delegazione di studenti e cittadini chiede al generale d’Aspre di liberare la città. A sostegno della richiesta, si svolgono assemblee al Bo; avviene uno scontro in strada tra soldati e manifestanti, alcuni armati di fucili, altri di pietre disselciate. Nella zuffa, cadono due studenti e molti dimostranti vengono feriti. Cadono anche quattro soldati austriaci. La repressione è immediata. Numerosi gli arresti, espulsi dall’università 73 studenti, destituiti quattro professori. La giornata segna una svolta grazie all’insolita unità d’intenti a favore di una comune prospettiva patriottica.

12 febbraio 1849A Padova  Haynau  emana un proclama contro i disertori

A Padova, un proclama di Haynau minaccia la fucilazione a chiunque esorti i militari italiani arruolati nell’esercito austriaco a disertare, multe salate ai villaggi che ospitano disertori e alle loro famiglie se non provvedono alla sostituzione. È di circa 3.000 veneti la leva annuale e il servizio militare si presta in Galizia o in Ungheria e dura otto anni. L’aumentata renitenza alla leva preoccupa i militari. Una canzone precedente ricorda le condizioni di quei giovani: «Ero povero ma disertore/ e disertai dalle mie frontiere/ e Ferdinando l’imperatore/ che mi à perseguità».

19 marzo 1848.  Istituita la guardia civica a Padova.

A Venezia, la guardia civica affianca le truppe austriache nella sorveglianza  degli edifici pubblici e dei principali posti di guardia compresa la batteria di cannoni all’angolo del Palazzo Ducale. Capo della guardia civica viene nominato l’avvocato Angelo Mengaldo giunto dalla sua villa di Tezze di Conegliano. Aveva combattuto nelle armate napoleoniche, abbandonando la carriera militare dopo l’annessione del Veneto all’Austria. Il fermento si estende alle province. A Valdagno, l’intera popolazione si riversa nelle strade inneggiando all’Italia e a Pio IX. A Padova s’istituisce la guardia civica.

 

24 marzo 1848. Padova con Treviso, Rovigo, Belluno, Udine aderisce alla Repubblica Veneta

Manin invita le altre province venete liberate a unirsi alla Repubblica veneta. «Le provincie faranno con noi una sola famiglia senza veruna disparità di vantaggi e diritti poiché uguali a tutti saranno i doveri». I dubbi di Treviso sono superati dopo la relazione degli inviati che assicura essere diversa la nuova Repubblica da quella caduta nel 1797, perché essa «verrà costituita dall’assemblea costituente». Aderiscono senza riserve anche Belluno e Rovigo. Udine dà il suo assenso il giorno 28. Dopo che le truppe del comandante d’Aspre lasciano la città, Padova aderisce alla nuova Repubblica Veneta.

27 marzo. 1848. Abrogata a Padova la tassa personale.

Il Governo provvisorio di Venezia arruola dieci battaglioni di guardie civiche aperte a tutti gli uomini validi dai venti ai quarant’anni e ai soldati italiani arruolati nell’esercito austriaco rimasti in città. Ogni compagnia avrebbe eletto i propri graduati fino al capitano per differenziarsi dagli eserciti regolari. A Spilimbergo si radunano  molte centinaia di uomini armati di archibugi e forconi per manifestare contro l’Austria, guidate dall’arciprete e dalla banda municipale. Il proclama n. 133 del Comitato dipartimentale provvisorio di Padova sopprime la tassa personale al grido: «Viva l’Italia!»

9 aprile 1848. I vescovi di Padova e Ceneda aderiscono alla causa nazionale

Il vescovo di Padova, monsignor Farini, in una circolare al suo clero parla del bisogno in città e nelle campagne di «inculcare al popolo il dovere di difendere con le armi, nel miglior modo possibile l’indipendenza ottenuta». Qualche giorno prima anche il vescovo di Ceneda, monsignor Bellati, ha scritto della «gioia sempre crescente nelle nostre contrade» alle notizie che si susseguono sulla liberazione dagli austriaci e sentimenti simili sono espressi dal vescovo di Adria. A Vicenza, il Comitato provvisorio invita ad aderire al corpo delle guardie nazionali al grido di «Italia Libera! Viva Pio IX!»

19 maggio 1848.  Più di tremila uomini pronti a difendere Padova

Si consolida la difesa di Padova. Professori universitari con qualche passato militare guidano la guardia civica ribattezzata «nazionale». L’ingegnere Alberto Cavalletto guida i crociati padovani, forti di 1.500 militi un terzo studenti. Poi un battaglione di cacciatori detto Guardia nazionale mobile il cui nucleo principale è formato da soldati italiani già in servizio nell’esercito austriaco e da due compagnie di artiglieri comandate dal siciliano Angelo Bellini; in tutto altri 2.200 uomini guidati da ex ufficiali e da docenti universitari di discipline tecniche. Thurn passa il Brenta evitando Padova.

12 giugno 1848.  Il richiamo delle truppe a Venezia costringe Padova alla resa

Welden assedia Padova. Un proclama di quel Comitato affida la difesa al colonnello Bartolucci «che si dichiara determinato a non cedere finché ha mezzi». Nel corso della giornata, il governo veneziano ritira i 5.000 uomini posti a difesa della città, fra cui i napoletani del generale Pepe, per concentrare tutte le forze in laguna, e con grande rapidità grazie alla ferrovia. La città deve trattare la resa. Facendosi interprete dell’ira dei suoi concittadini, il podestà Meneghini scrive piccato a Venezia denunciando l’incapacità di quel governo a conferma delle difficili relazioni fra le due città.

10 settembre 1848. Pubblicati a Padova gli atti del congresso degli scienziati

La Stamperia del Seminario pubblica gli atti della quarta riunione degli scienziati italiani tenutasi a Padova, nel 1842, nei locali del rinnovato Caffè Pedrocchi. Quei convegni sono importanti non solo per i risultati scientifici, ma soprattutto per il significato patriottico che hanno assunto, strumento per fondere larghi ceti d’intellettuali della penisola intorno all’idea e alla realtà d’Italia. Tra i presenti, Carlo Cattaneo loda il volume donato che offre «una descrizione delle terre e delle acque di tutto il Padovano» e delle note su certi aspetti dell’agricoltura e della flora dei Colli Euganei.

31 gennaio 1850.  La Corte Militare di Este commina condanne a morte

Dopo la rivoluzione, la repressione austriaca dell’illegalità è feroce. A Este, si erige una Corte Militare con il compito di reprimere forme di banditismo particolarmente diffuse nelle aree bracciantili più povere del Basso padovano e del Polesine che persegue i reati sommariamente col rito inquisitorio. A Fiesso, presso Adria, sono rubati due buoi. Diciotto mesi dopo il reato, sono processati otto colpevoli, tutti condannati, quattro a morte mediante fucilazione e quattro a vent’anni di lavori forzati. Non solo il furto a mano armata ma anche il semplice porto d’armi è passibile della pena capitale.

16 aprile 1850. S’insedia a Este la Commissione militare austriaca

S’insedia a Este la Commissione militare austriaca col compito di reprimere il banditismo molto diffuso fra Polesine e Padovano. Si limita a leggere al presunto reo  il capo d’imputazione invitandolo a firmarlo e confessare. Se il prigioniero non confessa può essere bastonato, messo in catene e lasciato senza cibo. Portato a giudizio, non ha diritto a difesa. La corte è composta da ufficiali austriaci che parlano solo tedesco e l’accusato non può capire neppure le deliberazioni. Molte sentenze infliggono la pena capitale, commutata a vent’anni di lavori forzati per chi confessa o denuncia i complici.

10 ottobre 1852. Condannato a Este alla pena capitale il bandito Pippone

Il Giudizio Statario di Este condanna a morte il bandito Pippone, tale Francesco Tenan di Guarda Veneta, sul Po, celebre contrabbandiere, a capo di una banda che durante la rivoluzione aveva forzato il blocco di Venezia. Ha rubato soprattutto nelle proprietà della ricca famiglia dei Camerini, industriali di Piazzola sul Brenta, tra i maggiori possidenti del Polesine. Rifiuta di confessare e davanti ai giudici militari sostiene: «Non è giusto che gli uni impinguino perché gli altri languiscano, ed io colla mia compagnia ho sempre colpito soltanto quei vampiri che studiavano di sfruttare tutto per sé».

7 novembre 1852. Pene capitali per la banda Muolo di Monselice

La Corte militare di Este condanna alla fucilazione e ai lavori forzati i membri di una banda di Pozzonovo, presso Monselice. I banditi Muolo e Monticelli sono accusati di aver usato i proventi delle rapine per facilitare il contrabbando di viveri e generi di prima necessità verso Venezia posta sotto il blocco navale austriaco. Nel giugno del 1849 hanno svaligiato la casa di un bottaio e per questo sono denunciati. La repressione di ogni forma di illegalità è in queste zone spietata. Sono condannati molti braccianti rei di furto campestre per i quali la pena comminata è sproporzionata al reato commesso.

11 settembre 1853. Una Corte civile sostituisce a Este quella militare

A Este subentra una Corte civile al posto della famigerata Corte militare che ha operato per circa tre anni con rito sommario. La Corte militare ha giudicato 1.204 individui accusati di banditismo, ne ha assolto solo nove, ne ha condannato a morte mediante fucilazione 414 e ne ha condannato a molti anni di lavori forzati 781. I detenuti nelle case di pena di Padova e Mantova stanno in condizioni spaventose e molti muoiono per le malattie contratte in carcere. La repressione dei banditi è stata così feroce che trova un parallelo solo nel modo in cui più tardi viene soffocato il brigantaggio meridionale.

19 novembre. 1859. Continua l’emigrazione dal Veneto, anche da Padova

Per una corrispondenza clandestina da Padova, pubblicata su La Sentinella, «continua a scemar la popolazione delle nostre contrade». Già in ottobre il giornale aveva scritto che a Brescia «continuano ad arrivare gli emigrati veneti, i più si dirigono verso l’Italia centrale per dove partono anche molti bresciani ansiosi di combattere per l’Indipendenza italiana». Al di là delle esagerazioni, l’emigrazione è notevole. Ad esempio, il solo 4 aprile 1860, l’elenco pubblicato ne conta otto dalla provincia di Padova, sette da quella di Treviso, diciotto dalla vicina Verona e undici dalla provincia di Venezia.

30 novembre 1859. Lettera pubblica del padovano  Alberto Cavalletto ai veneti

La pace segnata a Zurigo il 10 novembre  è accolta in Veneto con «evidente freddezza». Il padovano Alberto Cavalletto, già protagonista del 1848, invia una lettera pubblica «ai Veneti». Per lui, la nascita di un forte Regno ha «sminuito, anzi distrutto, almeno di fatto, la base del diritto pubblico sopra la quale da un cinquantennio si reggeva l’equilibrio europeo, l’efficacia dei trattati del 1815, cui nessuno osava negare apertamente e ufficialmente validità». Sbaglia chi pensa che per il Veneto sia rimasto tutto uguale. Cavalletto era il rappresentante più autorevole dell’emigrazione veneta a Torino.

17 settembre 1860.  Il padovano Nievo si lamenta dell’inazione a Palermo

In una lettera alla cugina, inviata da Palermo, lo scrittore garibaldino Ippolito Nievo, rimasto in Sicilia a svolgere compiti amministrativi, si lamenta dell’inazione ma si consola perché il generale gli ha promesso che «A Roma passerò al Battaglione» perché Roma era la meta finale della spedizione dei Mille. Il fratello Alessandro, anche lui garibaldino, è già a Napoli con il generale Sacchi e sta per partecipare alla battaglia del Volturno. L’altro fratello Carlo, artigliere nell’esercito piemontese, sta scendendo con il generale Cialdini verso il Tronto e combatte contro i pontifici.

23 settembre 1860.  Nievo e il dolore di una madre

Luigi Cairoli, garibaldino, terzo dei cinque fratelli patrioti di Pavia, muore a Napoli dopo essere stato con Cosenz e Sirtori. Nievo da Palermo scrive a un amico comune perché partecipi alla madre «la suprema partenza del figlio. – Povera donna! Ella va segnando di tombe e lagrime il sentiero di glorie per cui l’Italia ritorna alla sua grandezza. Se il compianto e la memoria dell’intera nazione possono recar lenimento a simili dolori, certo la sua sorte sarà meno terribile. Ma io temo assai che il cuore d’una madre possa, massime nei primi momenti, pensare ad altro che al figlio perduto per sempre…».

14 ottobre 1860. Nievo intendente a Palermo. Una dozzina i padovani tra i Mille

Da Palermo, Nievo scrive alla madre di essere chiamato «l’intendente antropofago – uomini più dolci a mangiarsi di questi credo che non possano trovarsi neppure nella dolcissima Venezia». Con lui «per ordinanza, Antonio Vezzoni di Cittadella, il quale è un gran bestione ma abbastanza buon diavolo. Egli avrebbe l’ambizione di diventar sergente, io lo farei anche maresciallo; ma come si fa se non sa scrivere! Intanto mi pulisce il cavallo un paio d’ore al giorno e l’altre in frustino e speroni fa il bello colle donne di Palermo». Coi Mille partiti da Quarto vi erano una dozzina di padovani come Nievo.

2 febbraio 1861.  I giovani renitenti alla leva s’iscrivono all’Università di Padova

Il delegato provinciale di Vicenza informa la Luogotenenza austriaca che la tassa imposta ai comuni di 1.200 fiorini per ogni fuoriuscito renitente alla leva è troppo alta e neppure i possidenti sono in grado di pagarla, stante l’attuale crisi agricola. Molti giovani veneti, specie delle province vicine al confine, per non essere arruolati emigrano o, se possono, s’iscrivono all’Università di Padova che diventa così un centro di cospirazione. Poi, la barriera doganale che ora separa il Veneto dalla Lombardia ha acuito la crisi nelle campagne e molti emigrano anche per cercare lavoro in Italia.

4 marzo. 1861.  Il padovano Ippolito Nievo scompare nel naufragio della nave Ercole

Nel mar Tirreno, una burrasca notturna causa il naufragio della nave Ercole. Tra gli ottanta dispersi, mai ritrovati, vi è Ippolito Nievo, padovano, autore del celebre romanzo Le confessioni di un italiano. Mazziniano, a causa del contenuto di una sua novella, ha subito un processo con l’accusa di vilipendio alle guardie imperiali. Nel 1859, segue Garibaldi arruolandosi nei Cacciatori delle Alpi e poi, dopo un soggiorno a Milano, nella spedizione dei Mille. In Sicilia è stato intendente con compiti amministrativi. Rimane avvolta nel mistero la vera causa del naufragio, per alcuni dovuto a un sabotaggio.

28 giugno 1862.  Manifestazioni studentesche a Padova contro l’Austria

La polizia austriaca arresta a Padova trenta universitari perché hanno partecipato alle dimostrazioni per la festa dello Statuto. Vengono da tutte le città venete, compresi due dalmati e tre tirolesi. Altri emigrano. Anche fra gli studenti medi è notevole l’avversione verso l’Austria; qualche settimana prima, in ottanta fuggono da Mantova per arruolarsi con i garibaldini; anche a Padova accanto agli universitari sono segnalati i colleghi più piccoli. Nel 1866, il poeta Giacomo Zanella direttore del Ginnasio di Padova temporeggia quando gli si chiede di reprimere «il movimento sedizioso della scolaresca».

21 gennaio 1863.  Censurata a Padova una poesia sovversiva

La polizia sequestra a Padova una poesia sovversiva: «Sì, verrà la primavera/ il cannon rimbomberà/ e ben presto quella fera/ ben schiacciata rimarrà». Una testimonianza dell’atteggiamento filo italiano che dal 1859 in poi viene ad assumere gran parte della popolazione veneta sotto la guida dei moderati è data dal numero dei processi a carattere politico istituiti a Venezia. Ebbene per alto tradimento, perturbazione alla pubblica tranquillità, offese alla Maestà Suprema e tentata emigrazione, considerati delitti politici, ne sono celebrati 2.225, alcuni dei quali con parecchie decine d’imputati.

24 gennaio. 1863.  Censurata a Padova  La Forza del Destino di Verdi.

Una nota inviata da un patriota padovano al Comitato dell’emigrazione veneta a Torino, informa  che la censura austriaca ha proibito la pubblicazione del libretto di Francesco Maria Piave dell’opera di Verdi La Forza del Destino, arrivando anche a interdire persino lo spartito con le note della riduzione per pianoforte; per loro, anche la sola musica è pericolosa. Nel passato ottobre  libretto e  musica sono stati sequestrati a un impresario veneziano, Antonio Gallo, perché nel secondo atto si dice «Morte ai tedeschi, correte soldati in Italia contro al tedesco, flagello d’Italia e dei figli suoi».

15 novembre 1864. Bomba esplode sul ponte di Brenta

Una bomba esplode sotto un ponte ferroviario sul Brenta provocando pochi danni. È un’azione dimostrativa volta a preparare la guerra partigiana. A Torino, il 28 ottobre, gli emigrati veneti fondano un Comitato per l’obolo della Venezia, in aiuto a «quei nostri fratelli, quegli eroi delle rupi friulane e cadorine che hanno acceso la scintilla». A differenza di La Marmora, invitano «tutti i liberali italiani senza distinzione di partiti e di classi all’azione comune per affrettare il compimento dell’impresa nazionale». Tra i firmatari Antonio Rossi operaio e promotore delle prime società operaie italiane.

19 febbraio. 1865.  Arrestati studenti padovani. Interrotte le lezioni per protesta.

La polizia austriaca scopre a Padova un’unione segreta tra studenti favorevole alla causa nazionale, il cui capo era il diciottenne Giovanni Mugna del secondo anno di matematica. Nella relazione di polizia, si segnala che l’arresto del gruppo ha provocato proteste  all’Università e causato una lunga interruzione dell’insegnamento, «sicché alcun corsi non poterono essere tenuti». Il processo condanna a cinque anni di carcere duro Mugna e un altro studente, Ghislazzoni, considerati i due promotori della protesta. In tutto vengono individuati quattordici studenti e tre operai aderenti all’iniziativa.

 

Si ringrazia per la cortese collaborazione il Prof. Mauro Pitteri Docente di Storia Contemporanea presso la SISF salesiana di Mestre
Ultimo aggiornamento Venerdì 11 Marzo 2011 08:15
 


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