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Ferdinando Coletti PDF Stampa E-mail
Lunedì 21 Febbraio 2011 10:22

FERDINANDO COLETTI

Patriota-Medico

Ferdinando Coletti Patriota, Medico

Nacque a Tai di Cadore (Belluno) il 17 ag. 1819 da Giuseppe, negoziante di legnami, e da Carolina Codecasa. Quando compì gli otto anni, tutta la famiglia si trasferì a Padova: diveniva in tal modo possibile provvedere a una sua adeguata educazione e curare nel modo più appropriato un'affezione oftalmica che lo travagliava. Studiò lettere sotto la guida dell'abate professore Guzzoni, rinomato latinista e grecista, nel ginnasio diretto dall'abate Giuseppe Bernardi, buon pensatore e pedagogo stimato. Si iscrisse successivamente allo Studio medico. Qui ebbe a maestri F. C. Cortese in anatomia, G. A. Giacomini in medicina teorica e in materia medica, F. W. Lippich in clinica medica e B. G. Signoroni in clinica chirurgica. In clinica medica era allora assistente V. Pinali, che durante le esercitazioni cliniche addestrava gli studenti nella percussione e nell'auscultazione, tecniche semeiologiche entrate ufficialmente nel corredo sussidiario della diagnostica clinica padovana nel 1835. Si laureò in medicina e chirurgia il 22 agosto del 1945.

Durante gli studi universitari, Ferdinando aveva stretto amicizia con giovani di idee liberali e politicamente impegnati, come Soncin, G. Tappari, C. Cerato, F. Marzolo, A. Cavalletto, M. Fanzago e altri. Gli avvenimenti del '49 lo colsero attivo nel movimento antiaustriaco: presidente del circolo patriottico di Padova, partecipò ai moti dell'8 febbraio e fu membro del governo provvisorio dipartimentale come delegato per la Salute pubblica dall'aprile 1848 e poi membro del comitato di vigilanza politica. Rioccupata in giugno la città dagli Austriaci, Ferdinando emigrò trascorrendo alcuni mesi in Lombardia, Svizzera e Liguria; all'inizio del 1849 passò a Venezia, ove prestò la sua opera di medico nell'ospedale di S. Giorgio fino alla caduta della città.

All'ombra dell'amnistia Ferdinando fece ritorno a Padova in una situazione non tranquilla, anzi, di pieno sospetto politico: ricevette soltanto la patente provvisoria di docente privato in patologia e materia medica e si adoperò a recuperare almeno in parte la clientela privata. Fondò famiglia, e insieme con il Mugna, presidente dell'Accademia patavina di scienze, lettere e arti, provvide alla ristampa delle opere del Giacomini, aggiungendovi note e commenti.
Sempre attento alle vicende politiche, dal 1859 fu a capo del Comitato centrale nazionale veneto, con sede a Padova, che coordinava l'attività dei comitati segreti diffusi nelle città venete, mantenendo i contatti con il Comitato politico centrale veneto di Torino, diretto da A. Cavalletto.

L'azione di Ferdinando, improntata a un liberalismo moderato, incontrò le critiche di alcuni gruppi democratici e mazziniani: in effetti, dopo alcuni anni di fruttuosa propaganda, che culminò nel 1861 nel riuscito boicottaggio delle elezioni per i rappresentanti veneti al Parlamento dì Vienna, egli non riuscì a evitare una rottura con i militanti del Partito d'azione che, in disaccordo con le direttive del Comitato centrale di Torino, organizzarono i moti friulani nell'autunno 1864. Alla fine del 1865, in previsione di una possibile guerra contro l'Austria, Ferdinando promosse un sondaggio in Ungheria per stabilire se vi fossero possibilità di promuovervi un'insurrezione: il 15 novembre poté trasmettere al Cavalletto una relazione negativa. All'inizio del 1866 egli constatò con sconforto la crisi dei comitati segreti veneti, segnalando "la freddezza del paese", tanto da essere tentato di abbandonare ogni attività cospirativa. Ma all'inizio della terza guerra d'indipendenza, riprese a svolgere un'energica opera di coordinamento che andava dalla raccolta e trasmissione di informazioni circa le operazioni militari austriache allo smistamento di armi ed equipaggiamento per le bande che svolgevano azioni di guerriglia nel Cadore, Friuli, Vicentino e Trevisano.

Annesso il Veneto al Regno, Ferdinando proseguì l'attività politica, venendo eletto per quattordici anni consigliere comunale di Padova. Tra i capi dell'Unione liberale veneta, insieme con L. Luzzatti, Meneghini, Maluta, Cavalletto (il giornale democratico Il Bacchiglione lo definiva ironicamente, il 27 giugno 1874, il "pontefice massimo, ... l'anima, il perno, la guida, l'ispiratore del movimento consortesco in Padova"), Coletti, dopo aver in un primo tempo mirato a un'alleanza con i conservatori agrari sulla base di una diffidenza comune per l'attività imprenditoriale moderna, seguendo il Luzzatti seppe in seguito adeguare la sua azione politica ai mutamenti intervenuti nel mondo produttivo, che nella regione era rappresentato dalle iniziative di A. Rossi e V. S. Breda.

Nel febbraio 1875 aderì al comitato di Padova dell'Associazione per il progresso degli studi economici che, in polemica con la Società "A. Smith", sosteneva l'utilità dell'interventismo statale nelle attività economiche anche nella tutela delle condizioni dei lavoratori. Divenne presidente della commissione padovana per l'inchiesta "sul lavoro industriale dei fanciulli e delle donne", promossa alla fine del 1875 dal Luzzatti: la relazione da lui presentata (Giornale degli economisti, IV [1875], 8, pp. 81-176) denunciava la mancanza d'igiene nelle fabbriche, lo scarso salario, il numero eccessivo di ore lavorative.

Coletti era stato anche fondatore e direttore, dal 1858, della Gazzetta medica italiana delle provincie venete. Dopo la liberazione di Padova, il 24 nov.mbre 1866 ottenne per decreto reale la nomina nella stessa città a professore ordinario di materia medica e terapeutica, succedendo a G. Brugnolo su quella cattedra che già era stata tenuta per supplenza nel 1826 e tra il '48 e il '49 dal suo maestro A. Giacomini. Nella ricerca come nell'attività didattica rivelò precisione nella descrizione farmacognostica, sfuggendo la terminologia vitalistica, rigore logico e rara abilità sul piano classificatorio, intuito felice nella designazione delle proprietà dei farmaci e un eloquio disinvolto, sicuro e pregnante nel corso delle lezioni accademiche. Molto si adoprò per migliorare le condizioni del "gabinetto" di materia medica e dotare la cattedra di un assistente effettivo.

Particolare menzione merita il Galateo de' medici e de' malati (ibid. 1853), suddiviso in cinquantaquattro aforismi. "Galateo - secondo l'autore - non può essere cerimoniale di convenzione, ma sivvero moralità tradotta in atto pulito e gentile". Il libretto è al tempo stesso un vademecum di etica professionale, degno di essere rimeditato dal medico, e un prontuario di buona educazione per il malato.

Ferdinando ebbe sodalizio con esponenti del mondo artistico dell'epoca: da Erminio Fuà a Giacomo Zanella, dal Fusinato a Paolo Ferrari, da Verdi a Duprè.

 

Morì a Padova il 27 febbraio 1881, a sei anni di distanza dalla morte di suo figlio Arnoldo.

Fonte: DIZIONARIO BIOGRAFICO DEGLI ITALIANI - Treccani
Ultimo aggiornamento Martedì 08 Marzo 2011 09:03
 


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