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Ippolito Nievo PDF Stampa E-mail
Mercoledì 09 Marzo 2011 12:15

IPPOLITO NIEVO

Patriota - Scrittore

Nacque a Padova nel 1831 da Antonio Nievo, nobile magistrato mantovano, e da Adele Marin, nobildonna veneziana figlia di un patrizio e della contessa friulana Ippolita di Colloredo; Ippolito Nievo sarà particolarmente legato al nonno Carlo Marin. Nel 1832 la famiglia Nievo si trasferisce a Soave, in provincia di Verona, dove resterà per cinque anni. Qui nascono altri due figli, Ippolito Luigi – che morirà a due anni- e Carlo. Per Ippolito è il luogo della prima infanzia. Nel 1837 la famiglia Nievo si trasferisce ad Udine durante i periodi di vacanza è nel vicino Castello di Colloredo di Montalbano, luogo che rimarrà a lungo nell'immaginario del futuro scrittore. Ippolito segue le scuole elementari e vive un’infanzia felice e protetta, caratterizzata da un profondo legame con la madre Adele. E’ un bambino sensibile, taciturno, di umore mutevole, portato a isolarsi nei propri pensieri, non troppo espansivo neanche in famiglia. Nel frattempo sono nati altri due fratelli, Elisa nel 1837 e Alessandro due anni più tardi.I  luoghi della sua infanzia e della sua famiglia faranno da sfondo in tutti i suoi romanzi e le sue novelle, ai personaggi che si muoveranno tra la Lombardia, il Veneto e il Friuli.

A dieci anni, per decisione paterna, Ippolito viene mandato a Verona, convittore interno nel Collegio Vescovile del Seminario per proseguire negli studi classici. Il cambiamento è vissuto in modo traumatico dal piccolo che mal sopporta la rigida disciplina e la routine del collegio.

A risollevare l’animo, ecco le frequenti visite del nonno Carlo con cui divide anche la passione per la letteratura. E proprio al nonno dedicherà il primo libretto di versi di sapore classicheggiante, Poetici componimenti fatti l’anno 1846-1847.

Nonostante l’affettuoso rapporto con il nonno, il disagio per la vita di collegio non diminuisce, così nel 1845 Antonio Nievo decide di togliere il figlio dal convitto per iscriverlo come alunno esterno. Viene affidato a don Franceso Pigozzi, professore di retorica al ginnasio.
Terminato il primo ciclo di studi, Ippolito si iscrive al liceo di Mantova per avvicinarsi alla famiglia che nel ‘44 si era trasferita da Soave a Sabbioneta, nel Mantovano.

Nella nuova scuola il Nievo stringe amicizia con il coetaneo Emanuele Ottolenghi e quando nel 1848 giungono notizie delle insurrezioni contro gli austriaci i due ragazzi si iscrivono subito alla neonata Guardia Civica mantovana, entusiasmandosi per il tentativo insurrezionale.

Su consiglio paterno, per evitare indagini politiche, Ippolito con l’amico Attilio Magris va a Cremona, dove termina l’anno scolastico. Qui la lettura degli scritti di Cattaneo e di Mazzini lo infiammano al sogno dell’unificazione d’Italia. Ma ci sono anche altre passioni per il diciassettenne Ippolito, che si è invaghito della giovane Matilde Ferrari.

Nel 1849 parte per la Toscana. Del tempo trascorso tra Firenze, Pisa e Livorno non sappiamo molto; forse partecipa ai moti del 10 maggio a Livorno contro gli austriaci, intervenuti a favore del granduca di Toscana. Intanto, a causa dei fermenti politici, il padre perde il proprio impiego al Tribunale di Mantova e si trasferisce con la famiglia a Udine.

Questo periodo toscano è fondamentale nella coscienza politica del Nievo, gli ideali rivoluzionari appresi si radicheranno in lui nel decennio successivo, motivando la scelta del garibaldinismo, nel ‘59, da lui preferito all’arruolamento nell’esercito regolare sabaudo.

Nell’agosto del 1850, conseguita la licenza liceale, Nievo si iscrive alla facoltà di diritto presso l’Imperial Regia Università di Pavia, dove aveva studiato anche il padre. Non frequenterà i corsi preferendo studiare a casa, a Mantova. Poi nel ‘52 passa all’Università di Padova dove si iscrive al terzo anno. Si è chiusa, nel frattempo, per dei malintesi, la storia con Matilde.

Nel '54, a Padova viene rappresentata una sua commedia - Gli ultimi anni di Galileo Galilei - che non ottiene molti consensi. Ma Nievo continua a scrivere per il teatro che lo attrae molto.

Nonostante le varie attività letterarie, il Nievo trova il tempo per laurearsi in legge (Padova 1855) e si avvia con scarso entusiasmo alla professione notarile, come vorrebbe suo padre. In realtà, preferisce scrivere e inizia la stesura delle prime novelle campagnole.

Il 1856 è un anno importante per lo scrittore che pubblica il primo romanzo Angelo di bontà, composto l’anno precedente, e la novella Il Varmo, la più famosa del Novelliere Campagnolo, quasi una preparazione alle Confessioni.

Ma Ippolito sta già scrivendo il secondo romanzo, Il conte pecoraio, che nel sottotitolo recita Una storia del nostro secolo, trama legata all’opera precedente.

 

Nell’autunno del ‘56, Ippolito si sta preparando a lasciare il Friuli per passare l’inverno altrove ma un mandato di comparizione del tribunale di Udine, per conto di quello Criminale di Milano, lo blocca. E chiamato in giudizio per “lesione d’onore al Corpo dell’Imperial Regia Gendarmeria mediante stampato”. Si tratta della novella L’avvocatino che lo scrittore ha da poco pubblicato su “Panorama Universale”. Nel IX capitolo una perquisizione di gendarmi viene descritta con toni ironici, ritenuti poco rispettosi, anzi lesivi della dignità del corpo. Il processo si preannuncia lungo e vivace, Nievo ha deciso di difendersi da solo. Nella prima udienza a Udine, il tribunale dà torto a lui e agli altri due imputati, il tipografo Redaelli e il direttore della rivista De Castro, ma li lascia a piede libero.
Fra ricorsi e attese Ippolito rimane in Friuli per tutto l’inverno, e sfoga il suo malumore nelle lettere agli amici riferendosi spesso al “processo gendarmesco”, o “pestifero processo di stampa”. In attesa degli eventi, comincia a buttare giù i primi capitoli di un breve romanzo satirico che diventerà , dove il protagonista vaga per il mondo alla ricerca “della felicità nella virtù e della virtù nella felicità…” L’operetta, brillante e leggera solo in superficie, esce sul “Pungolo” di Milano sotto lo pseudonimo di Nevio, e sempre in questo periodo di forzato riposo in Friuli Nievo scrive due tragedie, Spartaco e I Capitani.

Finalmente nel marzo seguente (1857) arriva la convocazione del Tribunale di Milano. Il processo ai tre imputati si avvia a diventare un caso, seguito da un folto pubblico e dalla stampa. Ippolito tiene la sua arringa difensiva di modello ciceroniano che piace molto al pubblico per il tono leggero e burlesco, seppure finemente garbato, con cui allude all'ottusità della Corte, e per stringente razionalità delle argomentazioni quando rivendica la necessaria autonomia della letteratura dalla politica. Ma gli imputati saranno comunque condannati.

Nel 1858 pubblica la raccolta di poesie "Le Lucciole" e si trasferisce a Milano. Nel 1859 si arruola a Torino nei Cacciatori delle Alpi di Garibaldi mentri i fratelli, Carlo e Alessandro, dedidono di arruolarsi nel regolare esercito piemontese. Ippolito combatte a Varese e a San Fermo.  in seguito è tra le fila di Nino Bixio a Padonello. L'anno successivo entra a far parte della  spedizione dei Mille. Si distingue a Calatafimi e a Palermo e riceve, alla fine dell'impresa dei Mille, la nomina di Intendente di prima classe.

Riceve l'incarico di riportare da Palermo i documenti amministrativi della spedizione, ma il vapore "Ercole" sul quale viaggiava naufraga al largo della costa sorrentina in vista del golfo di Napoli. Ippolito trova così la morte durante il viaggio di ritorno dalla Sicilia presumibilmente nella notte tra il 4 e il 5 marzo 1861.

Fonte: Fondazione Ippolito Nievo
Ultimo aggiornamento Mercoledì 09 Marzo 2011 12:19
 


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